I Perrotti mandanti di altro omicidio?

PREMESSA

Cuculetto commise l’assassinio di Francesco Di Giovanni detto Tenente in data 29 agosto 1864. Per lui, una volta arrestato dai Reali Carabinieri, le porte del carcere si aprirono il 4 ottobre dello stesso anno. Il Tribunale di Teramo, dopo il processo, lo condannò, il 22 marzo del 1865, a vent’anni di lavori forzati.
Trascorso meno di un anno, sempre a Penne, un altro episodio criminoso fu reiterato in danno di tale Angelo Massimo Casella.
I due delitti, consumati in rapida successione, presentavano molte analogie: il  movente e i luoghi erano coincidenti, i tutori dell’ordine che condussero le indagini erano gli stessi, così come in buona parte i testimoni a carico e quelli a discarico, pronti, quest’ultimi, a fornire falsi alibi agli accusati.
Dunque, anche in questo  secondo caso, il movente dell’omicidio fu la ritorsione delle vittime dei furti delle piante da olivo contro il presunto ladro.

A ben vedere, le tracce parallele dei due fatti delittuosi s’intrecciano ed interagiscono: da una parte c’è l’atto criminoso di Emidio D’Angelo,  alias Cuculetto, giovane pennese ventunenne, del quale riportiamo testualmente quanto dichiarò in una fase del processo celebrato a suo carico: “Sono colpevole di omicidio volontario in persona di Francesco di Giovanni, fui condannato in Marzo del 1865, a venti anni di lavori forzati. Ora è a sapere che quell’omicidio fu da me commesso per mandato del Canonico D. Simone Perrotti e di suo fratello D. Raffaele, i quali avvalendosi della inesperienza dell’età mia giovanile di allora, tanto mi seppero lusingare da indurmi a commettere il reato previa promessa di ducati trecento in contanti, e di volermi dare a colonia un loro fondo. Anzi nel giorno dell’avvenimento per vieppiù determinarmi a commette il reato, mi tennero diverse ore in casa loro, mi fecero bere molto vino, e mi armarono di coltello che adoperai contro il di Giovanni. Con costui essi l’avevano per continui danni commessi alla loro proprietà”;  dall’altra, quello di Bernardo Sardini e del genero Pietro Massimiliani, entrambi coloni in una delle campagne di proprietà di don Simone Perrotti e del fratello Raffaele, indicati come uccisori di Angelo Massimo Casella.

Le pagine che di seguito andremo a leggere sono la fedele trascrizione degli atti ufficiali conservati presso l’Archivio di Stato di Teramo (Busta 77 – Fascicolo 549 anno 1866).

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